Malaria

Pur non essendo più endemica in Italia, la malaria rappresenta tuttora la più importante malattia d’importazione anche nel nostro Paese, a causa del numero crescente di viaggiatori provenienti da aree endemiche.


AGENTE CAUSALE E CICLO INFETTIVO

Il nome malaria deriva dall'antica convinzione che si potesse contrarre questa malattia dalle “male arie”, ossia i miasmi malsani emanati dalle acque stagnanti delle paludi. In questa credenza c’era del vero, ossia lo stretto legame della malattia con le aree palustri, ma oggi sappiamo che il collegamento tra queste e la malattia è da ricercare in una coppia di organismi viventi: la zanzara e il plasmodio.
In realtà, quando si parla genericamente di malaria si sottintendono varie patologie, simili ma diverse per sintomi, gravità e agenti causali. Questi ultimi sono rappresentati da diverse specie di Protozoi parassiti della classe degli Sporozoi, tutti del genere Plasmodium, ognuno dei quali può causare una o più peculiari forme della malattia. I più comuni plasmodi patogeni per l'uomo sono quattro: Plasmodium falciparum, agente della cosiddetta terzana maligna (la forma più grave), P. vivax e P. ovale, agenti di due forme di terzana benigna, e P. malariae, agente della quartana. Un quinto plasmodio, P. knowlesy, che ha come serbatoi alcuni primati delle foreste del Borneo e della Malesia, può causare, sebbene raramente, una forma di quartana benigna anche nell’uomo. Il serbatoio dei quattro più comuni plasmodi è, invece, rappresentato da popolazioni umane in cui la malattia è cronicizzata.
I vettori sono una cinquantina di specie di zanzare ad attività crepuscolare-notturna, tutte appartenenti al genere Anopheles. Zanzare appartenenti ad altri generi non sono in grado di trasmettere questi parassiti (mentre possono trasmettere virus, batteri e microfilarie). Ma anche tra le Anopheles non tutte possono fungere da vettore. Per poterlo essere, innanzitutto, ci deve essere perfetta concordanza temporale tra il cosiddetto ciclo gonotrofico della zanzara (pasto di sangue, maturazione e deposizione delle uova, nuovo pasto di sangue) e quello di sviluppo del plasmodio nella zanzara stessa. E' poi necessario che la zanzara abbia un elevato grado di antropofilia, intesa come alta probabilità che essa compia il successivo pasto su un umano (ad esempio An. gambiae, uno dei principali vettori africani, ha un grado di antropofilia tra l'80 e il 100%). Infine, anche se una zanzara può essere un potenziale vettore, perché inneschi un ciclo epidemico è necessario che sia presente con una certa densità e che vi sia un sufficiente numero di soggetti umani infetti da cui "approvvigionarsi" di plasmodi, condizione che non si verifica più in molte aree del globo, tra cui l'Europa, gran parte dell'Asia e l'America settentrionale, dove queste specie permangono in aree di cosiddetto "anofelismo residuo". Qui, l'introduzione di plasmodi, attraverso viaggiatori di ritorno da aree endemiche, può provocare la comparsa di sporadici casi autoctoni, sempre che le zanzare presenti siano competenti per il plasmodio in questione. La malaria si contrae, infatti, solo in seguito alla puntura di una femmina infetta appartenente a una delle specie competenti per la trasmissione di un dato plasmodio. Questa si deve essere, a sua volta, infettata suggendo il sangue da un soggetto malarico in fase infettiva e prima che possa, a sua volta, infettare un soggetto sano, il plasmodio deve completare una parte del suo ciclo di sviluppo all’interno della zanzara stessa. Questo ciclo può durare da una settimana a quasi un mese, a seconda della specie plasmodiale e della temperatura ambientale.
Nella seguente immagine si riporta il ciclo infettivo del P. falciparum (quello delle altre specie è simile ma non identico).

ciclo malaria

Il ciclo biologico della malaria (fonte: Enciclopedia della Scienza e della Tecnica, 2007)

Quando una zanzara punge l’uomo, gli inocula con la propria saliva i plasmodi al loro stadio terminale di evoluzione nella zanzara, chiamati sporozoiti. Entro un’ora dalla puntura, gli sporozoiti infettano le cellule del fegato (epatociti) dove si moltiplicano instaurando un ciclo detto esoeritrocitario, trasformandosi prima in trofozoiti e poi in schizonti (cellule plurinucleate). Il ciclo epatico dura tra 6 e 16 giorni, a seconda delle specie di plasmodio. Da ogni schizonte si originano, per rottura dello stesso, da 10.000 a 30.000 merozoiti, che si riversano nel torrente circolatorio dove infettano i globuli rossi dando inizio al ciclo eritrocitario. Poche ore dopo questa invasione, i plasmodi sono evidenziabili al microscopio con la loro caratteristica forma ad anello di trofozoita immaturo. Verso la fine dello stadio anulare comincia a evidenziarsi un vacuolo digestivo, all’interno del quale compaiono finissimi granuli di emozoina, il pigmento terminale derivato dall’emoglobina dei globuli rossi di cui si sono nutriti. Il vacuolo digestivo e la quantità di pigmento aumentano col crescere del parassita, che in questa fase prende il nome di trofozoita. Dopo successive divisioni nucleari, il vacuolo digestivo si ritrova al centro di un nuovo schizonte con attorno dei merozoiti, a formare una rosetta. A questo punto i globuli rossi si rompono, liberando nel sangue i merozoiti e le sostanze pirogene che causano un primo attacco febbrile. Alcuni merozoiti infettano altri globuli rossi, ripetendo ciclicamente il processo e gli attacchi febbrili. Altri merozoiti si trasformano invece in elementi sessuati, maschili e femminili, detti gametociti. Se a questo punto una zanzara competente punge il malato, aspirerà i gametociti con il suo sangue. Nella zanzara, i gametociti maschili si divideranno diverse volte, trasformandosi in microgametociti flagellati e quindi mobili. I gametociti femminili sono, invece, più grandi (macrogametociti) e immobili. Quando un microgametocita penetra in un macrogametocita si produce uno zigote che presto cambia forma, diventando un oocinete, allungato e mobile. Questo penetra nella parete dello stomaco della zanzara, si fissa sulla tunica esterna formando un’oocisti, che si sviluppa e cresce di dimensioni, contenendo all’interno migliaia di sporozoiti. La rottura dell’oocisti libera nella cavità addominale della zanzara gli sporozoiti che migrano verso le ghiandole salivari all’interno delle quali penetrano e permangono in attesa che la zanzara punga un altro individuo, ripetendo nuovamente il ciclo.
Nel caso del P. falciparum, il ciclo eritrocitario inizia dopo circa una settimana dall'inizio del ciclo epatico e si compie ogni 48 ore, provocando accessi febbrili ricorrenti tipicamente ogni terzo giorno (malaria terzana maligna), similmente alla malaria provocata da P. vivax e P. ovale, dove però l'infezione è meno grave (malaria terzana benigna). Invece, nel caso del P. malariae, il ciclo eritrocitario inizia dopo circa due settimane, ha un periodo di 72 ore e gli attacchi malarici sono ogni quarto giorno (malaria quartana). P. knowlesi ha un ciclo più breve, di appena 24 ore. Nelle infezioni da P. vivax rimangono nel fegato delle forme dormienti, dette ipnozoiti, che possono scatenare delle recidive anche a distanza di anni. P. malariae può, invece, dare recrudescenze per via di forme che rimangono vitali nel circolo ematico, evadendo le difese immunitarie e causando un nuovo accesso malarico quando queste si abbassano.


SINTOMI E DECORSO DELLA MALATTIA

La malattia può assumere diverse forme, a seconda del plasmodio coinvolto, delle condizioni e dell’età del soggetto colpito. I sintomi compaiono dopo la fase epatica, in genere asintomatica, quando i parassiti completano il primo ciclo di riproduzione asessuata nei globuli rossi.
L’attacco malarico si presenta inizialmente con cicli di brividi, febbre e sudorazione profusa, ogni due o tre giorni a seconda della specie. In stadi avanzati la febbre può diventare irregolare o continua.
Nausea, vomito, diarrea e dolori addominali possono accompagnare gli stati febbrili. Negli adulti che vivono in zone endemiche, con adeguata immunità innata o acquisita, l’infezione può essere asintomatica o facilmente curabile. Si parla in questo caso di malaria non complicata. Nei soggetti non immuni, nei bambini e nelle donne in gravidanza, la malaria da P. falciparum, e talvolta anche da P. vivax, può presentarsi come severa, con anemia grave o infezione cerebrale, spesso fatali.
L’anemia, di tipo emolitico, può essere molto grave, ed è causata dalla perdita di globuli rossi, sia per lisi di quelli infetti, sia per l’accelerata senescenza di quelli non infettati che vengono eliminati nella milza. Anche quelli eventualmente trasfusi sono distrutti rapidamente. La milza spesso si presenta tumefatta e, contenendo molti parassiti, può diventare tanto fragile da subire rotture. Altra peculiarità della malaria da P. falciparum è il fenomeno della citoaderenza, in cui i globuli rossi infetti aderiscono alle pareti dei capillari di vari organi, tra cui polmoni, reni e cervello, causando rallentamento del flusso sanguigno e occlusioni tali da portare a ischemie. Queste conseguenze sono particolarmente gravi a livello cerebrale (malaria cerebrale) con perdita di conoscenza, edema cerebrale, coma e spesso morte.
Nell’Africa sub-sahariana la mortalità per malaria cerebrale può raggiungere il 20% nei bambini sotto i 5 anni di età, anche se trattati farmacologicamente, ed è fatale nella maggior parte dei casi non trattati.
Oltre che per la citoaderenza, la malaria da P. falciparum risulta essere più grave perché vengono infettati globuli rossi di tutte le età. P. vivax e P. ovale infettano invece prevalentemente i giovani reticolociti, mentre P. malariae infetta i globuli rossi senescenti. In queste forme di malaria, meno grave, la mortalità è spesso dovuta al cedimento della milza o a danni renali. Recenti diagnosi più accurate hanno, tuttavia, rivelato un numero di casi di malaria grave da P. vivax più elevato di quanto si pensasse un tempo.


TRATTAMENTO E PREVENZIONE

Il primo e, per molto tempo, unico rimedio utilizzato con efficacia per il trattamento della malaria è stato l’estratto di corteccia di Cinchona officinalis, usata in Perù nella medicina tradizionale e importata in Europa dai gesuiti all’inizio del XVII secolo. Nell’800, due chimici francesi, Pellitier e Caventou, riuscirono a estrarre dalla corteccia il principio attivo, un alcaloide chiamato chinino, sintetizzato solo dal 1929. Nonostante i suoi pesanti effetti collaterali, il chinino è tuttora in uso per la cura della malaria cerebrale. A causa della ridotta possibilità d’importazione in Europa della corteccia di Cinchona officinalis durante la prima guerra mondiale, si ripresero gli studi iniziati da Paul Erlich del 1891 sull’attività antimalarica del blu di metilene, sulla cui struttura chimica vennero sintetizzate nuove sostanze antimalariche, tra cui pamachina, primachina e mepacrina. Fu sempre a causa di una guerra che negli anni ’40, per proteggere le truppe americane impegnate nel Pacifico, vennero sintetizzate clorochina, amodiachina, proguanil e pirimetamina. La clorochina, in particolare, per l’efficacia e il basso costo, ha avuto un impiego generalizzato per moltissimi anni, finché intorno al 1970 hanno incominciato a emergere e diffondersi ceppi di plasmodio resistenti. E ancora una volta fu una guerra, quella del Vietnam, a portare da un lato gli scienziati americani a sviluppare nuovi composti modificando la struttura del chinino (nacque così la meflochina) e dall’altro i colleghi cinesi a studiare i prodotti della loro medicina tradizionale trovando nell’estratto di Artemisia annua un nuovo principio attivo, l’artemisinina, chimicamente diverso dagli altri antimalarici in uso, molto efficace e sicuro. Sulla struttura chimica di questa molecola vennero elaborati nuovi principi attivi, quali artesunato, artemetere e arteetere.
Attualmente ci sono quindi a disposizione farmaci a base di aril-amino alcoli (chinino, meflochina, lumefantrina), le aminochinoline (clorochina, amodiachina), i sulfamidici (sulfadossina-pirimetamina o S/P), alcuni antibiotici (doxiciclina), i derivati dell’artemisinina (diidroartemisinina, artemetere, arteetere, artesunato, artemisone) e l’atovaquone, usato in combinazione con il proguanil come profilassi sotto il nome di Malarone®.
L’attività farmacologica dei derivati di artemisinina è diretta specialmente contro le forme asessuate intra-eritrocitarie di tutte le specie di plasmodio. In particolare, sono gli unici schizonticidi che uccidono le forme giovani, i cosidetti “anelli” e anche i primi stadi di sviluppo dei gametociti. I derivati di artemisinina agiscono molto più rapidamente rispetto a qualsiasi altro farmaco antimalarico conosciuto ma hanno un’emivita molto breve, che non permette di contrastare eventuali ricadute a 3-4 settimane. Per questo sono utilizzati in combinazione con altri farmaci nelle cosiddette terapie combinate a base di artemisinina (ACT).
Per il trattamento della malaria non complicata da P. falciparum, che ha lo scopo di eliminare il parassita più velocemente possibile per evitare che la malattia si evolva nella forma severa e per impedire lo sviluppo delle forme sessuate nell’uomo (ossia quelle infettive), l’OMS consiglia le ACT per aumentare l’efficacia dell’artemisinina e ridurre il rischio d’insorgenza di resistenza (purtroppo già in atto, anche verso ATC). Sono, ad esempio, in commercio farmaci a base di artemetere e lumefantrina (Coartem® e Riamet®), artesunato e amodiachina, artesunato e meflochina, artesunato e S/P o diidroartemisinina e piperachina (Eurartesin®).
L’OMS raccomanda in questi casi di iniziare la terapia solo dopo confermata diagnosi di malaria, di non usare i derivati di artemisinina da soli e di completare i tre giorni di terapia. Nelle aree endemiche, specialmente quelle a bassa trasmissione, si consiglia di aggiungere una singola dose di primachina come farmaco antigametocita, in grado di bloccare la trasmissione del plasmodio al vettore. Per le infezioni da P. vivax si può usare la clorochina, laddove il parassita sia ancora suscettibile a questo farmaco, viceversa si usa anche in questo caso un’ACT.
Una cura atta a debellare gli ipnozoiti di P. vivax dormienti nel fegato, richiede tuttavia un trattamento di due settimane con primachina.
Nel caso della malaria severa da P. falciparum, l’obiettivo principale del trattamento è di riuscire a salvare il paziente e, nel caso si tratti di malaria cerebrale, di prevenire i danni neurologici a essa spesso associati. A tal fine, va trattata al più presto con qualsiasi farmaco efficace a disposizione. In questi casi l’artesunato IV si è dimostrato superiore al chinino sia in Asia sia in Africa, ma non è registrato in Europa. A coloro che, provenendo da aeree non endemiche, devono soggiornare per brevi periodi in aree endemiche per turismo, lavoro o volontariato, è vivamente consigliato un trattamento profilattico antimalarico in quanto, non essendo coperti da immunità innata o acquisita, sono a rischio di contrarre la forma severa della malattia. Anche se non esiste alcuna profilassi farmacologica in grado di garantire una protezione al 100% è necessario valutare con il proprio medico o con uno specialista di medicina dei viaggi quale prodotto scegliere, a seconda della meta, del proprio stato di salute, del grado di tollerabilità del proprio organismo ai vari principi attivi ecc. I farmaci più comunemente suggeriti sono meflochina, doxiciclina e malarone. La meflochina (Lariam®) è un farmaco ad azione schizonticida rapida, con effetto anche sui gametociti di P. vivax e P. malariae (ma non su quelli di P. falciparum). L’uso di meflochina può causare effetti collaterali, quali disturbi digestivi e a carico del sistema nervoso centrale. Anche la già citata associazione tra atovaquone e proguanil (Malarone®) è utilizzata per la profilassi. Ha una potente azione schizonticida ed è attiva anche contro le forme epatiche di P. falciparum (ma non contro gli ipnozoiti di P. vivax) e pertanto va presa fino a una settimana dopo il rientro. L’altro cardine per prevenire l’infezione nei paesi a rischio, tanto per i viaggiatori, quanto per i residenti, è la protezione nei confronti del vettore. Un’adeguata protezione nei confronti delle punture d’insetto consente, infatti, di ridurre del 90% il rischio di contrarre la malaria. Nella maggior parte dei casi le zanzare malarigene tendono a pungere dall’imbrunire, quando l’intensità dei raggi solari si riduce. E’ soprattutto in questi momenti che è essenziale che i viaggiatori mettano in atto tutte le misure per impedire il contatto con l’insetto:

  • evitare, se possibile, di soggiornare all’aperto nelle ore in cui le zanzare anofele sono attive;
  • indossare abiti di colore chiaro (i colori scuri e quelli accesi attirano gli insetti), con maniche lunghe e pantaloni lunghi che coprano la maggior parte del corpo, in particolare dopo il tramonto;
  • utilizzare un repellente per insetti: i repellenti possono essere applicati sulla pelle esposta (o sui capi di abbigliamento) e dovrebbero contenere DEET (dietiltoluamide) o IR3535 o Icaridina che sono gli ingredienti biologicamente attivi più comuni ed efficaci. I repellenti devono essere utilizzati in stretta conformità con le istruzioni riportate sull'etichetta;
  • soggiornare preferibilmente in stanze dotate di condizionatore d'aria oppure, in alternativa, di zanzariere a porte e finestre, verificando che queste siano in buono stato e ben chiuse;
  • se si trascorre la notte in ambienti privi delle suddette protezioni, si consiglia l’uso di zanzariere da letto, rimboccandone i margini sotto il materasso e controllando che nessuna zanzara sia rimasta imprigionata all'interno. Qualora necessario può risultare molto utile impregnare le zanzariere con insetticidi a base di piretroidi.

Se, nonostante tutte le precauzioni adottate, si sospetta di aver contratto la malaria (o altre malattie) durante un viaggio in paesi a rischi, bisogna immediatamente fare riferimento a una struttura che abbia la possibilità e le capacità di fare una diagnosi accurata. Da molti anni si stanno studiando e sperimentando possibili vaccini in grado di proteggere dall’infezione ma ancora nulla è arrivato sul mercato. Il primo vaccino a superare tutte le prove preliminari, chiamato RTS,S, dovrebbe essere utilizzato da quest’anno in alcuni paesi africani. Per svilupparlo ci sono voluti più di 25 anni e ora, per la prima volta, verrà utilizzato su larga scala. Secondo le stime dell’OMS, il vaccino potrebbe potenzialmente salvare decine di migliaia di vite ogni anno, ma è probabile che non possa trovare impiego nelle aree più povere del mondo, considerato che, per essere efficace, deve essere somministrato quattro volte: una al mese per tre mesi e una quarta dopo 18 mesi. Una routine ordinaria per un paese come il nostro, ma non di facile attuazione in zone remote dell’Africa. Proprio per questo, l’OMS ha deciso di avviare tre progetti pilota in Ghana, Kenya e Malawi: qui i medici tenteranno di mantenere il maggior controllo possibile dei soggetti, per verificare l’efficacia dei vaccini. E’ stato compiuto un grande passo avanti, ma ancora non del tutto sufficiente: nei test clinici condotti finora il vaccino ha permesso di prevenire circa 4 casi su 10 contagi. Una media ancora insufficiente rispetto alla copertura del 98% offerta dalla maggior parte dei vaccini somministrati per prevenire altre gravi patologie.

cinchona

Cinchona officinalis. Icones plantarum medico-oeconomico-technologicarum cum earum fructus ususque descriptione, [1800]-1822


CENNI STORICI E DISTRIBUZIONE ATTUALE

L’origine della malaria è antichissima e verosimilmente riconducibile al continente africano dove, peraltro, ha avuto origine la nostra specie. Studi genetici indicherebbero che uomo e plasmodi, dopo essersi incontrati e coevoluti in Africa, potrebbero addirittura esserne usciti insieme durante le migrazioni umane del Pleistocene. Venendo ai tempi storici, sono molte le testimonianze documentali, epigrafiche e archeologiche riconducili con una certa sicurezza alla malaria: ve ne sono in Cina, in India e, di più recenti, nel bacino del Mediterraneo. Qui, la perizia degli antichi romani nel regimare le acque con opere di bonifica ne rallentò la diffusione, almeno fino a quando la forza dell’impero lo consentì. Negli ultimi secoli dell’età imperiale e in quelli seguenti si propagò intervenendo con forza nelle vicende storiche, facilitando ora invasioni ora opere difensive, decimando interi eserciti e colpendo personaggi famosi.
Recentemente sono emerse testimonianze tali da permetter anche di stabilire il tipo di plasmodio che imperversava in Italia sul finire dell’impero romano: dalla polpa dentale recuperata in resti umani provenienti da due necropoli dell’Italia meridionale (Velia e Vagnari, rispettivamente in provincia di Salerno e Bari) è stato estratto e sequenziato un tratto di DNA mitocondriale inconfutabilmente riconducibile al P. falciparum.
L'analisi genetica di campioni di sangue molto più recenti ha permesso di ricostruire la storia naturale dei ceppi di malaria presenti in Europa occidentale prima della sua eradicazione, avvenuta circa mezzo secolo fa. Già si sapeva che la malaria europea era dovuta a P. falciparum e a P. vivax, ma la loro storia naturale, per esempio le vie seguite dai plasmodi per raggiungere il nostro continente, non era nota, perché i parassiti erano stati eradicati prima dello sviluppo delle tecniche di analisi genetica. Estraendo il DNA mitocondriale dal sangue secco ricavato da vetrini da microscopia preparati oltre 70 anni fa, i ricercatori sono riusciti a ricostruire il 67% del genoma mitocondriale di P. vivax e l'intero genoma di P. falciparum.
Dalle successive analisi è risultato che il P. falciparum europeo era affine agli attuali ceppi indiani, in accordo con quanto si può desumere da resoconti storici secondo cui in India già 3000 anni fa era diffusa una febbre intermittente con caratteristiche tipiche di una grave forma di malaria. Da lì, circa 500 anni dopo, la malattia sarebbe approdata in Grecia, per poi dilagare in tutte le regioni costiere del Mediterraneo all'inizio dell'era cristiana. Il P. vivax europeo sembra invece discendere da un ceppo ancestrale eurasiatico e sarebbe stato portato in America dagli europei poco dopo la sua scoperta. I ceppi americani di P. falciparum sarebbero, invece, giunti nel Nuovo Continente direttamente dall'Africa, molto probabilmente con la tratta degli schiavi.
Gli attuali areali di diffusione endemica dei quattro plasmodi malarigeni sono simili: Africa sub-sahariana, America centro-meridionale, subcontinente indiano, Asia meridionale, alcune zone della Cina e del Mediterraneo, isole e penisole dell'Indopacifico (escluse Australia, Nuova Zelanda e alcune isole minori) con l'eccezione del P. ovale, assente nelle Americhe, nell'area mediterranea e in Asia centrale e sud-occidentale. Quello che cambia nelle diverse aree è la densità relativa dei vari plasmodi. P. falciparum è predominante in Africa, nel sud-est asiatico e nell'Indopacifico, comune in India, Asia centrale e Americhe, dove invece è predominante P. vivax. Questo è praticamente l'unico plasmodio presente nell'area mediterranea ed è comune in Africa orientale, Asia meridionale e Indopacifico. P. malariae è comune in Asia centrale e sud-occidentale e in America del Sud. Raro o molto raro altrove.

Circa la metà della popolazione mondiale è a rischio di malaria. Specifici gruppi di popolazione a rischio includono:

  • bambini piccoli che vivono in aree a trasmissione stabile e non hanno ancora sviluppato l'immunità protettiva nei confronti delle forme più gravi della malattia;
  • donne incinte in quanto la malaria contratta in gravidanza aumenta il rischio di parti prematuri, aborto, morte neonatale e morte della madre;
  • viaggiatori internazionali in provenienza da aree non endemiche a causa dell'assenza di immunità;
  • immigrati provenienti da aree endemiche e i loro figli, che vivono in aree non endemiche e tornano nei Paesi d'origine in visita ad amici e parenti, sono similmente a rischio a causa del calo o assenza di immunità (I Visiting Relatives and Friends presentano una probabilità 8 volte più elevata di ammalarsi di malaria rispetto ad altre tipologie di viaggiatori).

WHO malaria 2017

OMS. Malaria: Paesi e territori con casi autoctoni nel 2000 e loro situazione nel 2016

malaria 01malaria 02

CDC Yellow Book 2018. A sinistra, Paesi endemici per malaria nell'emisfero occidentale; a destra, Paesi endemici per malaria nell'emisfero orientale (aggiornamento giugno 2017)

     
  World Malaria Report 2017  
 

Nel World Malaria Report 2017, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) riporta i dati relativi alla malaria nel mondo nel 2016.
Globalmente la malaria è ancora presente in 91 Paesi: il numero di casi totali è stato stimato intorno ai 216 milioni, con circa 445 mila decessi. Il documento sottolinea che, sebbene tra il 2010 e il 2016 il tasso di incidenza della malaria nelle aree di endemia sia sceso globalmente del 18% (da 76 a 63 casi per 1000 abitanti), a partire dal 2014 il tasso di riduzione ha subito un arresto e, in alcuni Paesi, ha addirittura invertito il suo andamento (una simile inversione di tendenza è stata osservata anche per il tasso di mortalità).

Circa il 90% dei casi di malaria nel mondo e il 91% dei decessi seguitano a provenire dalla Regione africana dell’Oms, in particolare l’80% del peso globale di questa malattia è sostenuto da 15 Paesi, tutti situati nell’Africa sub-sahariana, fatta eccezione per uno solo, l’India. Quindi mentre nel periodo analizzato per la Regione Africana viene riportata una diminuzione del 20%, la Regione dell’Asia sudorientale ha registrato una diminuzione del 48%, e quella delle Americhe del 22%.

Nelle aree ad alta trasmissione di malaria, i bambini sotto i 5 anni sono particolarmente suscettibili all’infezione, a sviluppare la malattia in forma grave e alla morte. Più di due terzi (70%) di tutti i decessi per malaria si verificano, infatti, in questa fascia di età e nonostante il numero di morti sia diminuito da 440 mila nel 2010 a 285 mila nel 2016, la malaria rimane ancora una delle principali cause di morte nella popolazione infantile. 

 
     

SITUAZIONE IN ITALIA

Come ricordato poc’anzi, la malaria ha imperversato nella Penisola per almeno duemila anni ma è poi stata eradicata con successo verso la metà del secolo scorso, tant’è che l’OMS ha dichiarato l’Italia libera dalla malaria solo nel 1970.
Nonostante ciò, ogni anno si registrano ancora qualche centinaio di casi e un paio di decessi. Si tratta quasi sempre di casi d'importazione e pertanto non bisogna smettere di promuovere le indicazioni sulla prevenzione da adottare in caso di viaggi in aree a rischio. Ma purtroppo, come ogni anno ci ricordano alcuni casi di cronaca, anche chi non si è mai mosso dall’Italia può, sebbene molto raramente, contrarre la malattia. Ciò può avvenire essenzialmente nei seguenti 4 modi.

  1. Malaria "da aeroporto": capita quando una zanzara infetta è stata chiusa accidentalmente in un volo proveniente da paesi endemici, sopravvive al viaggio (in cabina o altri scomparti pressurizzati) e ai trattamenti insetticidi (obbligatori) e una volta che l’aereo è atterrato e aperto questa può volar via, pungere ed infettare un malcapitato soggetto presente nei paraggi. In Italia i voli da zone pericolose sono praticamente tutti concentrati a Malpensa e Fiumicino. Viaggi con altri mezzi (treni, natanti, automezzi) non possono, invece, portare zanzare vive da posti così remoti.
  2. Malaria "da bagaglio": analogamente al caso precedente, una zanzara infetta può viaggiare in un bagaglio a mano, in una gabbia per animali o in altri contenitori mantenuti a pressioni e temperature compatibili con la vita. In questo caso il soggetto colpito può trovarsi anche lontano dall'aeroporto di arrivo, poiché il bagaglio può essere trasportato un po' ovunque nel giro di poche ore.
  3. Malaria "autoctona" vera e propria: se una zanzara nostrana, competente, compie un pasto di sangue su di un soggetto infettatosi all'estero può a sua volta infettarsi e, se le condizioni sono favorevoli, trasmettere il plasmodio con un successivo pasto. La probabilità che ciò avvenga è molto bassa (si parla di meno di un caso ogni 10 anni in tutto il Paese) ma non è impossibile. All'interno di questa piccola possibilità, la probabilità maggiore ce l'ha P. vivax, che annovera ancora diversi vettori competenti tra le nostre zanzare. Molto minore, ma non pari a zero, quella degli altri plasmodi.
  4. Malaria "indotta": il plasmodio può anche essere inavvertitamente trasmesso da un paziente malato a uno sano, attraverso trapianti d'organo, trasfusioni di sangue o errate pratiche ospedaliere.

Per quanto riguarda il terzo punto (malaria autoctona) occorre ricordare che la fauna italiana comprende una quindicina di specie di zanzare del genere Anopheles, quasi tutte in grado di trasmettere almeno una forma di malaria, anche se la maggior parte come vettore secondario od occasionale. In molte aree, però, le specie storicamente presenti non sono più state catturate da molto tempo. Tre i vettori primari: An. labranchiae, An. atroparvus e An. sacharovi. La prima, un tempo vettore predominante soprattutto nell'area tirrenica, oggi è ancora presente in Toscana, Lazio, Sicilia, Sardegna, Calabria e Puglia. E' un buon vettore di P. vivax (terzana benigna) ed era in grado di veicolare i ceppi di P. falciparum (terzana maligna) un tempo presenti in Italia. Sembra invece essere refrattaria ai più comuni ceppi esotici del pericoloso parassita ma, secondo alcune prove di laboratorio, deve essere considerato come potenziale vettore di alcuni ceppi africani.
An. atroparvus era, invece, un tempo presente nella Pianura Padana, dov'era responsabile soprattutto della trasmissione di P. vivax. Sarebbe anche lei competente per i ceppi europei di P. falciparum ma non per quelli tropicali. La sua attuale distribuzione è fonte di discussioni in quanto, appartenendo a un complesso di specie morfologicamente indistinguibili, di cui 5 presenti in Italia, e mancando ampi studi sulle anofeli nelle aree del nord mai state o da tempo non più malarigene, i dati sono scarsi. Ma non è da escludere una sua presenza, benché rara, in alcune zone. An. sacharovi era vettore primario di P. vivax sulla costa dell'alto Adriatico, secondario in Puglia e Sardegna, dove non è più stato rinvenuto.
In Italia sono anche presenti zanzare che altrove rappresentano il vettore primario di P. vivax, come An. claviger (primario in Medio Oriente) e An. sergentii (primario in Nord Africa), ma con popolazioni e distribuzione tali da non suscitare preoccupazioni. Tra i vettori secondari (sempre di P. vivax), ricordiamo An. superpictus, ancora presente in varie regioni, tra cui Calabria e Sicilia, oltre che nei Balcani, An. messae, presente al nord e An. maculipennis, ben diffusa anche in Piemonte, ma poco antropofila.
Le restanti specie sono molto rare o rappresentano solo vettori occasionali. Tra queste ultime, citiamo An. plumbeus, presente con una certa costanza anche in Piemonte, che si sviluppa nelle piccole raccolte d'acqua dei cavi degli alberi. La citiamo perché alcuni anni fa è stata identificata come possibile vettore di P. falciparum in due casi autoctoni di malaria in Germania. Perciò, pur non avendo mai assunto un ruolo preponderante nella diffusione della malattia in aree ed epoche di endemismi, può essere responsabile di casi sporadici legati all'introduzione di plasmodi nel sangue di pazienti provenienti da aree oggigiorno endemiche.

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Distribuzione dei vettori potenziali della malaria in Italia e Regioni considerate a rischio di reintroduzione della malattia, Italia, 2005-2011 (fonte: Eurosurveillance 29 novembre 2012)


Per maggiori informazioni, si consiglia la lettura delle seguenti pagine di questo Sito:


APPROFONDIMENTI

  • Linee guida ministeriali per la prevenzione ed il controllo della malaria in Italia.
    Le ultime linee guida per la prevenzione e il controllo della malaria risalivano ormai a vent’anni fa. Il Ministero della Salute ha, perciò, ravvisato la necessità di fornire raccomandazioni aggiornate e ha a tal fine pubblicato, il 27 dicembre 2016, una nuova circolare con oggetto “Prevenzione e controllo della malaria in Italia”.
     
  Ne forniamo, qui di seguito, un'ampia sintesi.  
     
 

La trasmissione della malaria in Italia fu interrotta grazie alla Campagna di Lotta Antimalarica attuata tra il 1947 e il 1951, anche se casi sporadici si sono ancora verificati in Sicilia fino agli inizi degli anni ’60. Nel 1970 l’OMS include l’Italia tra i paesi indenni da malaria, tuttavia nel nostro Paese resta in vigore la notifica obbligatoria. Il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità mantengono attivo un sistema di sorveglianza che prevede una continua valutazione della situazione epidemiologica sia tramite l’elaborazione annuale della casistica sia attraverso il controllo dell’anofelismo residuo nelle aree in cui è ancora presente il vettore. La malaria è nel frattempo diventata la malattia tropicale più frequentemente importata per il crescente numero di viaggiatori internazionali e di flussi migratori da aree endemiche. 
Nel periodo 2011-2015, si sono registrati 3.633 casi di malaria notificati, di cui l'89% con diagnosi confermata. La quasi totalità dei casi è d’importazione (contratta all’estero). I casi autoctoni riportati sono stati sette:

  • due indotti (ad esempio tramite trasfusioni);
  • tre criptici (casi isolati per i quali le indagini epidemiologiche non sono riuscite ad identificare con certezza la fonte d’infezione);
  • uno sospetto da bagaglio (ossia causato da una zanzara infetta trasportata in Italia, ad esempio tramite merci);
  • uno sospetto introdotto (ossia causato da una zanzara locale competente che prima avrebbe punto un soggetto malato e poi uno sano, infettandolo). 

Tra i cittadini italiani si sono riscontrati il 20% dei casi, di cui il 41% di ritorno da viaggio di lavoro, il 22% per turismo, il 21 % per volontariato/missione religiosa. Gli stranieri rappresentano il restante 80% dei casi. Oltre i quattro quinti di questi sono da registrarsi tra immigrati regolarmente residenti in Italia e tornati nel paese di origine in visita a parenti ed amici, definiti in letteratura come Visiting Relatives and Friends (VRFs). Solo il 13% dei casi è riscontrato tra immigrati al primo ingresso.
La specie di plasmodio predominante è il Plasmodium falciparum, (82% dei casi segnalati), seguita da P. vivax (12%), P. ovale (4%) e P. malariae (2%). Rare le infezioni miste (0,4%). Nel 92% dei casi l’infezione è stata contratta nel continente africano (soprattutto in paesi dell’Africa occidentale), il 7% in quello asiatico, lo 0,6% in paesi dell’America centro meridionale e lo 0,1% in Oceania (Papua-Nuova Guinea). In questi ultimi tre continenti predomina il P. vivax. I decessi sono stati in totale quattro, dovuti ad infezioni da P. falciparum acquisite in Africa. 
Il Piemonte ha fatto registrate l’11% dei casi notificati. Si sospetta però che nelle regioni del sud non tutti i casi siano stati segnalati. Il Ministero ribadisce l’importanza del costante aggiornamento della situazione epidemiologica, fattore essenziale per fornire informazioni adeguate per la prevenzione di questa malattia ai viaggiatori diretti verso paesi tropicali e sub-tropicali e per orientare e ottimizzare misure di controllo in caso di eventi autoctoni introdotti, considerando che il principale vettore indigeno, Anopheles labranchiae, è ancora presente in alcune regioni. 
La circolare riporta, poi, tutte le raccomandazioni necessarie ed aggiornate per i viaggiatori diretti in aree ad endemia malarica, dalla profilassi comportamentale alla chemioprofilassi, dalle prevenzioni raccomandate per ogni possibile livello di rischio-paese alla prevenzione per particolari gruppi di viaggiatori. 
Si riportano, inoltre, le norme per la sicurezza trasfusionale, il sistema di notifica, il flusso delle informazioni relative alla segnalazione dei casi e, nell’allegato 1, la classificazione dei casi stessi. 
L’allegato 2 alla circolare è costituito dal protocollo d’intervento in caso di sospetta malaria autoctona introdotta, iniziando con il ricordare che in Italia, attualmente, i vettori di malaria sono rappresentati di fatto da un’unica specie, Anopheles labranchiae, ancora presente in molte regioni dell’Italia centrale e meridionale e nelle isole maggiori. Dopo la drastica riduzione, dovuta alla Campagna di Lotta Antimalarica, questa specie ha gradualmente rioccupato parte del territorio dove permangono condizioni idrogeologiche e ambientali idonee al suo sviluppo. In alcune aree, in presenza di focolai particolarmente estesi, la specie può raggiungere densità rilevanti tra giugno e ottobre. Per quanto riguarda gli altri due potenziali vettori indigeni, An. sacharovi, legata principalmente ad acque salmastre retrodunali, non è stata più rinvenuta dagli anni ’60, mentre An. superpictus è relegata a pochi, specifici focolai, in corsi d’acqua a carattere torrentizio del sud Italia. 
Delle centinaia di casi di malaria notificati ogni anno in Italia, solo pochi vengono contratti localmente. Tuttavia il caso di malaria da P. vivax verificatosi nel 1997, in un’area rurale in provincia di Grosseto, trasmesso da una An. labranchiae indigena, ha dimostrato quanto questo potenziale vettore sia efficiente e in grado di infettarsi con plasmodi provenienti da aree endemiche. Per ogni caso di malaria autoctona va condotta un’accurata indagine epidemiologica. Per sospettare ragionevolmente che un caso di malaria possa essere stato trasmesso da una zanzara indigena, l’indagine epidemiologica deve accertare che:

  • nella zona sia presente un potenziale vettore di malaria;
  • il caso si stia verificando tra giugno e ottobre;
  • sia stata confermata la diagnosi di malaria con identificazione della specie di plasmodio;
  • il paziente non abbia contratto altrimenti il plasmodio (all’estero, tramite trasfusione, da zanzara infetta importata accidentalmente ecc.).

Se la risposta è affermativa a tutte le domande, c’è buona probabilità che si tratti di un caso di malaria autoctona introdotta, trasmesso da zanzare indigene. 
A questo punto si dovrà procedere con le ispezioni di campo, l’identificazione entomologica, la ricerca della fonte primaria d’infezione e gli idonei interventi di controllo. (Fonte: Romi et al. Probable autochthonous introduced malaria cases in Italy in 2009–2011 and the risk of local vector-borne transmission. Eurosurveillance 2012).

 
     

 

  • Epidemiologia della malaria in Europa: Annual Epidemiological Report for 2015 - Malaria (ECDC).
    Nel 2015, nei Paesi dell’Unione europea e dell’Area Economica europea sono stati confermati 6.199 casi di malaria (Danimarca, Islanda, Italia e Liechtenstein non hanno fornito dati) con un tasso di notifica di 1 caso per 100.000 abitanti. I dati, raccolti attraverso il Sistema di sorveglianza Tessy (The European Surveillance System), sono stati pubblicati a gennaio 2018 nell’Annual Epidemiological Report for 2015 dell’Ecdc, nel capitolo dedicato alla malaria. Per maggiori informazioni, si consiglia di consultare la pagina con i dati epidemiologici europei (Epicentro - Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica).

  • Epidemiologia della malaria nel mondo: World Malaria Report 2017 (OMS).
    Nel World Malaria Report 2017, l’OMS riporta i dati relativi alla malaria nel mondo nel 2016

  • Il documento "A framework for malaria elimination" (OMS).
    Nel 2017, a distanza di dieci anni dal precedente documento, l’OMS ha pubblicato una nuova guida, dal titolo "A Framework for malaria elimination", che delinea una serie di azioni politiche volte all’eradicazione della malaria nel mondo. Secondo i dati OMS, nel 2015 i casi di malaria nel mondo sono stati 212 milioni e l’infezione ha causato circa 400 mila decessi. Nonostante tra il 2010 e il 2015 ci sia stata una diminuzione generale dell’incidenza della malattia e dei tassi di mortalità (rispettivamente del 21% e del 29%), la malaria continua a essere un importante problema di sanità pubblica. 

  • La brochure "Malaria prevention works: let's close the gap" (OMS).
    In occasione del World Malaria Day 2017, l’OMS ha messo a disposizione una brochure, dal titolo "Malaria prevention works: let's close the gap", rivolta all’importanza della prevenzione come strategia di base per ridurre il peso globale della malattia. La brochure offre una breve panoramica dei principali strumenti di prevenzione raccomandati dall’OMS ed è divisa in due sezioni. La prima sezione è focalizzata sulle principali misure di controllo per ridurre la diffusione del vettore mentre la seconda è dedicata alle strategie da adottare per i principali gruppi di popolazione a rischio, in particolare in Africa, ovvero i bambini sotto i cinque anni di età e le donne in gravidanza. Dai dati presentati in questo documento risulta che ancora il 43% della popolazione a rischio dell’Africa sub-sahariana non è protetta da zanzariere impregnate con insetticidi o da trattamenti murali con insetticidi ad azione residua e il 69% delle donne in stato di gravidanza non ha accesso al trattamento preventivo (IPTp) raccomandato dall’OMS. 

  • Informazioni per i viaggiatori internazionali (OMS).
    La pubblicazione dell'OMS, "Il viaggio internazionale e la salute" è una guida completa alla prevenzione e al trattamento di tutte le malattie che possono potenzialmente colpire i viaggiatori. Essa include informazioni sulla distribuzione geografica della malaria, dettagli epidemiologici per tutti i paesi con endemismo e tutte le misure preventive raccomandate; contiene, inoltre, raccomandazioni sulle misure protettive contro le punture di zanzara, i possibili effetti collaterali (anche gravi) derivanti dall'uso di vari farmaci contro la malaria e lo stato di resistenza ai farmaci antimalarici nei vari paesi.
    Per maggiori informazioni, si consiglia di consultare il capitolo dedicato.


Documenti utili
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Pagina aggiornata a febbraio 2018