Note storiche sulla lotta alla malaria in Piemonte

In Piemonte, la malaria non assunse mai il carattere di piaga secolare che ebbe in altre regioni italiane, ma ciò nonostante non lo lasciò del tutto indenne. Oggi sappiamo che i vettori della malattia sono le zanzare del genere Anopheles e che queste si sviluppano nelle raccolte d’acqua stagnante o poco corrente. In Piemonte le principali distese di acqua adatte allo sviluppo di zanzare sono da quasi un millennio le risaie.
Con la coltivazione del riso, nacquero quasi subito i primi problemi d’igiene e sanità pubblica: nell’anno 1523, nel Saluzzese scoppiò una pestilenza che provocò parecchie vittime, che i Saluzzesi misero subito in relazione alle risaie da poco impiantate nel loro territorio e quindi stabilirono che non vi si dovesse più seminare riso. Anche la città di Vercelli, devastata dalla malaria, presentò l’8 agosto 1583 una richiesta contro la coltura del riso a Carlo Emanuele I ed ottenne la totale proibizione delle risaie nelle province, ma la Camera dei Conti ridusse la proibizione, fissando a dieci miglia la distanza dai centri abitati alla quale dovevano essere situate le risaie e dando modo di coltivare il riso solo "per le valli et altri luochi sottoposti alle acque, stimati impossibili di asciugarli in tutto et di rendersi ad alcuna cultura".
L'anno seguente un gruppo di medici di Novara, interpellati dalle autorità, spiegava che occorreva muovere le acque, farle defluire, affinché la malaria colpisse meno. Nel 1593 e nel 1598 il conestabile governatore di Milano, da cui Novara allora dipendeva, emanò due Gride che stabilivano le distanze minime delle risaie dai centri abitati.
Nel Ducato di Savoia, editti del 1607, 1608, 1622, 1656, 1660, 1663, 1669, 1693 e 1697 non fecero che confermare disposizioni per la salvaguardia dall’insalubrità dell’aria arrecata dai terreni seminati a riso a causa delle loro acque stagnanti e corrotte, in particolare nel Vercellese. 
Tra le testimonianze storiche pervenuteci sulla situazione nel vercellese, riportiamo le memorie del Cavaliere di Quincy che, nel luglio 1704, era accampato con i sui commilitoni attorno a San Germano Vercellese, trovandosi ad affrontare un'epidemia di febbri malariche: "Noi attribuimmo la causa del malanno al territorio di risaie in cui ci eravamo accampati, da cui uscivano delle esalazioni che emanavano un gran fetore."
Nel 1728, Vittorio Amedeo II, divenuto re di Sardegna, sotto il cui regno confluì anche Novara, emanò un nuovo editto che prevedeva la drastica riduzione delle risaie, elencando gli unici luoghi in cui esse erano permesse e stabiliva gravi pene per chi avesse contravvenuto a tali norme. L’anno successivo, lo stesso re emanò un nuovo editto che proibiva la semina del riso nei territori di Massazza, Salussola, Nobione, S. Damiano Carpanetto, Santhià, Labuzano, Bianzè, Livorno, Lamporo, S. Germano e nei fondi di alcune cascine, nonché benefici a coloro che andassero a ripopolare tali zone decimate proprio dalla malaria. Con le Regie Patenti del 1792, venne quindi indistintamente proibita l’introduzione di nuove risaie nelle province di Novara, Vigevano, Lomellina, Vercelli e Biella. 
Quando il Piemonte confluì nell'Impero napoleonico, i decreti vicereali del 1809 e 1812 furono più permissivi e ristabilirono nuove distanze che risaie, prati irrigui e marcite dovevano tenere dalla capitale, dai comuni di prima, seconda e terza classe, nonché dalle piazzeforti, lasciando ai prefetti dei dipartimenti la facoltà di concedere l’autorizzazione per la creazione di nuove risaie fuori dai limiti descritti. 
Con la restaurazione del regime sabaudo, nel 1814 Vittorio Emanuele I ripristinava (ovviamente) le antiche leggi, nella fattispecie quella del 1792. Lo stesso re constatava poi però l’obsoletezza di tali norme e l’anno successivo stabiliva con nuove Regie Patenti una Delegazione che provvedesse a valutare le domande degli interessati nella continuazione della coltura a riso nei tenimenti in cui essa sarebbe stata vietata e ne dettava le linee guida. Tale Delegazione fu poi soppressa nell’aprile 1835 da re Carlo Alberto e sostituita con un Magistrato di Sanità, residente in Torino. Egli riconobbe ben presto che molto si doveva ancora fare per sistemare la risicoltura piemontese e che perciò era necessaria una seria riforma. Perciò, nell’agosto dello stesso anno, fu mandato alle amministrazioni comunali quello che oggi chiameremmo un questionario, per poter censire le risaie ed i loro supposti danni sanitari ed infrastrutturali. 
Nel 1850, regnante Vittorio Emanuele II, su proposta del ministro dell’Interno fu finalmente nominata una speciale Commissione con l’incarico di studiare e preparare un progetto generale di riforma della legislazione inerente la risicoltura dello stato subalpino, onde poter conciliare gli interessi dei produttori con quelli della pubblica igiene. Questa commissione analizzò una notevole mole di dati, demografici, agronomici, territoriali, igienico-sanitari, epidemiologici ecc. In conseguenza di questo lavoro furono emanati due decreti nel 1851 e due circolari ministeriali nel 1853 e 1854, che infine sancirono che la risicoltura era permessa solo nelle province di Biella, Casale, Lomellina, Novara, Tortona, Vercelli e Voghera, ma solo sui terreni già coltivati prima del 1850 e alla distanza superiore di 3600 metri dagli abitati con oltre 8000 persone, 2400 metri da quelli con 4001-8000 persone, 1200 metri da quelli con 2001-4000 persone, 800 metri da quelli con 501-2000 persone, 200 metri da quelli con 201-500 persone, 100 metri da quelli con 101-200 persone e 50 metri da quelli con meno di 100 persone.

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Atti Parlamentari del Senato del Regno del 1851 con discussione del progetto di legge sulle risaie e Frontespizio del libro di G. Capsoni sull'influenza delle risaie sulla salute umana

Ma le lamentele non finirono e approdarono ben presto nei Consigli Comunali di Vercelli e altre città. La situazione si complicò ulteriormente quando, in seguito all’apertura di nuovi cavi irrigui nella pianura casalese (canale Lanza, nel 1874), la risicoltura comparve anche a sud del Po, portando un'inaspettata epidemia di malaria nel basso Monferrato. La questione arrivò al parlamento dell'ormai Regno d'Italia e culminò con l’approvazione delle conclusioni del Consiglio Superiore di Sanità da parte del Consiglio di Stato. Ciò spinse il Governo ad approvare, con Decreto 6 marzo 1879, la deliberazione emessa dal Consiglio Provinciale di Alessandria per la riforma della coltivazione del riso. Questo stabiliva che: "La coltivazione del riso nell’Agro casalese alla destra del Po e nel Comune di Lazzarone (oggi Villabella, frazione di Valenza) è vietata. Qualora l’esperienza dimostrasse che la pubblica salute soffra detrimento dall’apertura di una risaia, il Prefetto, sentito il Consiglio sanitario del Circondario cui la risaia appartiene, e la Deputazione provinciale, ordinerà l’abolizione della risaia stessa".

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Lavori di costruzione della diga sul Po necessaria alla deviazione dei canali Lanza e Mellana a Casale Monferrato (AL)

Il problema si ripresentò nel Novarese e nel Biellese nel 1890 in seguito ad una grande diffusione della coltura del riso che rese necessaria l'apertura di canali di irrigazione. In quello stesso periodo vi fu una grave e rapida diffusione della malaria e, proprio a causa della malattia, molti comuni, sulla scorta del Decreto governativo, decisero presto di chiudere le risaie appena aperte.
Tale stato di cose perdurò, con poche modifiche, fino all’emanazione del Testo Unico delle Leggi Sanitarie del 1934, dove alcuni articoli furono dedicati alla coltivazione del riso. L’articolo 204 recitava che "la coltivazione del riso è soggetta per ciascuna provincia a un regolamento speciale".
Il regolamento doveva determinare (art. 205) le distanze minime delle risaie dalle case e dai centri abitati, le norme per il deflusso delle acque, le condizioni per accettare la richiesta di un nuovo impianto, la durata e la distribuzione dei periodi di riposo nei lavori collegati alla coltura, le norme per l’assistenza medica e farmaceutica e le condizioni igieniche per le abitazioni dei lavoratori e la loro salute. L’articolo 206 prevedeva che si dovesse far richiesta al Podestà (quindi al Comune) per l’istallazione di nuove risaie. L’articolo successivo assegnava le competenze per le eventuali controversie relative all’attivazione di nuove risaie e l’articolo 208 assegnava al Prefetto la possibilità di vietare la coltivazione di risaie quando queste risultassero nocive alla salute pubblica. Per combattere la malaria nei lavoratori delle risaie era fatto obbligo (art. 211) al proprietario di provvedere alla somministrazione gratuita di chinino, anche in zone non più malarigene. Inoltre (art. 213), tutte le abitazioni dei lavoratori dovevano avere apposite reticelle (zanzariere) alle finestre e prevedere locali particolarmente protetti per l’isolamento provvisorio di lavoratori colpiti da malaria o altra malattia infettiva e diffusiva. Erano, infatti, le grandi migrazioni stagionali di lavoratrici (mondine) a rinfocolare il serbatoio di plasmodi in Piemonte. Esauritosi il fenomeno e debellata la malaria nelle altre aree d’Italia, il serbatoio di plasmodi malarici e quindi anche la malaria scomparvero dal Piemonte. E ritornarono le risaie (e le annesse zanzare) anche nell’Agro Casalese. Ma questa è un’altra storia.

[Tratto da una ricerca storica a cura di Elena Sassone e Andrea Mosca, pubblicata su “La lotta alle zanzare nelle risaie dell’Italia nord occidentale”, Vol. I, pp. 578-583 - 2006]


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Pagina aggiornata a febbraio 2018

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